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La chiave dell'ascensore

dall'omonima Opera di Agota Kristof

con Barbara Brizi, Dino Abbrescia, Gianluca delle Fontane

scene di Francesco Scandale

musiche di Alberto Parmegiani

ideazione scenica, libero adattamento e regia di Jeppo Rubino


Atto unico, tratto dall'omonima opera della celebre scrittrice ungherese Agota Kristof.

Favola nera che comincia con un racconto antico di una giovane e bella castellana. Non lasciatevi ingannare... via via scoprirete i tormenti di una giovane moglie, la quale tra le mura di un matrimonio, apparentemente perfetto, subisce le più terribili angherie, per amore prima e poi per inerzia, sempre più incapace di reagire. 

La scena è essenziale come le nude parole dell'Autrice: un tavolo, una sedia per il monologo della protagonista biancovestita che cantilena la favola bella, che neppure ieri illuse, poiché la castellana in attesa del ritorno del principe e del suo bacio, alla fine si guarda nello specchio con un grido. Nulla accade. Qui invece accade, il tempo e la vecchiaia. La castellana, chiusa nella sua torre, solo apparentemente sembra aver scelto il tempo dell'attesa, invece la giovane donna che, sulla scena, si canta quella storia, non ha scelto. Il marito architetto, che tanto la ama, per lei ha costruito lo spazio, un orto concluso, per la vita d'amore, al sicuro dai pericoli della città e dalle tentazioni della pianura. Pietra dopo pietra, come nella scenografia che circolarmente avvolge la scena, si è alzata la grande muraglia e solo un ascensore comunica tra la donna e l'esterno. La chiave però l'ha - ma per il suo bene - il marito. Mentre la donna è sola, con la sua dolce follia, con le sue illusioni, tanto sola che neppure la finestra può essere riempita dalle immagini di un'alternarsi delle stagioni, deprivata di tutto, il marito, al contrario, ha un complice e sodale: un medico.

L'adattamento del testo e dell'ambientazione, curato dallo stesso regista Giuseppe "Jeppo" Rubino, vede cimentarsi tre attori: Barbara Brizi nel ruolo della protagonista, Dino Abbrescia nel ruolo del marito e Gianluca delle Fontane in quello del medico. La scena, composta da semplici oggetti, quali una finestra sospesa nel vuoto, un tavolo, una sedia a rotelle, viene integrata all'interno di una scenografia proiettata su di uno schermo di 14 metri, che ne delinea i margini.

Il progetto registico parte da una ricerca mirata alla fusione tra scena teatrale e mezzo audiovisivo, creando spazi e volumi scenici surreali ma allo steso tempo reali e presenti. Solo la protagonista femminile recita sul palcoscenico, mentre i due protagonisti maschili (marito e medico) si muovono nelle scene proiettate. La messa in scena punta ad una riuscita sinergia tra palcoscenico e mezzo audiovisivo, a significare lo straniamento di una realtà che, dialogando nel chiuso recinto delle immagini mentali, finisce con l'auto annientarsi.

Sono proprio le immagini della mente della protagonista che proiettandosi sul palcoscenico, si riflettono avvolgendo la scena, formandola e completandola, dando modo al marito ed al medico di rivivere costantemente nei ricordi della donna, diventando il suo quotidiano tormento, la sua prigione, la sua punizione. Immagini mentali e proiezioni in scena; la protagonista dialoga con i fantasmi della sua mente della sua mente, dando vita a una triplice dimensione tra realtà, ricordo e inconscio.

Così il lungo monologo della giovane Barbara Brizi, via via sempre più impotente a raggiungere una realtà che è fuori di lei, è ritmato dagli interventi in video del marito e del medico, che si muovono nella scena proiettata con un che di misterioso e distorto, a sottolineare la trasposizione tra proiezione mentale e scenica; mentre la finestra diventa specchio delle introspezioni del flusso di coscienza della protagonista, con effetti di forte suggestione e spiazzanti colpi di scena. La sedia a rotelle, diventa un punto essenziale dell'adattamento scenico, tramite un gioco metaforico; infatti in tutta la prima parte dello spettacolo, la sedia a rotelle è sostituita con una sedia di scena, anch'essa mossa da piccole ruote nascoste, che accompagna l'attrice in tutti i suoi movimenti, diventando quasi una sua compagna, con la quale passeggia, danza, colloquia, potendosi però muovere sulle sue gambe, quasi a voler dimenticare nella sua mente le mutilazioni sensoriali con cui convive, ma che quotidianamente rivive insieme ai suoi fantasmi. Le due sedie si sostituiranno in in suggestivo effetto scenico. L'ascensore stessa si trasforma in una sorta di portale dimensionale, una luce intensa, dalla quale i protagonisti appaiono e dalla quale scompaiono uscendo di scena, mentre la chiave dell'ascensore prende forma in un teleomando. Anche l'età della protagonista fa parte del lavoro di adattamento del regista, nella ricerca di trasfigurare quanto l'imbruttimento e incattivimento interiore non abbia età, essendo capace di rendere vecchi dentro. La protagonista, la trentenne Barbara Brizi, acerba e tenera nella sua fissità di donna eternamente bambina impacciata, e facilmente ingannabile. La castellana non ha età e la Brizi ben rappresenta questa atemporalità, e una certa staticità, persino una rigidità sulle gambe, necessaria a inchiodare la protagonista dentro il suo spazio.

Nell'adattamento sparisce invece un personaggio del testo originale, anche se marginale, il boscaiolo, il cui dialogo con la protagonista viene però tradotto in un dialogo della stessa in terza persona. Il colpo di scena finale, la liberazione, ma anche l'inizio dell'ossessione, l'omicidio, che si completa con un'esplosione di colore, un'inondazione di sangue che invade la scena, lasciando la protagonista nuovamente solo con la sua follia. La musica originale, gli ambienti sonori ed i toni luminosi, sono essenziali ma presenti, caratterizzati dai toni stessi del testo, di cui rinforzano le già suggestive emozioni. Il risultato è di assoluta novità nel linguaggio dell'attuale comunicazione teatrale.